Blog Novel 28

Blog Novel – 28ª puntata

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Io rimasi meravigliata quando scoprii il significato etimologico della parola “comunicare”, perché non vuol dire soltanto “mettere in comune”, come tutti già sappiamo, ma anche “compiere il proprio dovere assieme agli altri”.
Ora, al di là dell’accezione del termine “dovere” di cui si potrebbe discutere abbondantemente, ciò che è risaltato ai miei occhi è il grado di attivazione a cui l’origine stessa della parola rimanda: non è come mi hanno insegnato all’università – noi siamo degli animali sociali, stiamo sempre e inevitabilmente comunicando, è impossibile non comunicare, e via dicendo.
Per comunicare bisogna fare un atto di volontà, decidere di mettersi in comune con gli altri ed essere disponibili affinché da tale comunanza nasca un’azione o una creazione collettiva.

Ovviamente noi spesso non siamo coscienti della dimensione profonda di una sfera tanto abituale della nostra vita quanto è quella della comunicazione; ciò non toglie che l’origine della parola ci traghetta verso questo abisso di significato, in cui un gesto apparentemente semplice e ordinario acquista tutto un altro senso, valore e spessore.
Tale etimologia, inoltre, ci invita a spostarci con grandi naturalezza e immediatezza verso il tema del terzo seminario, quello sulla cooperazione.

Cooperazione

Mentre la comunicazione può essere estemporanea e assai limitata nel tempo, la cooperazione di solito si riferisce a una scelta più stabile e duratura, tramite cui l’azione di concerto si prolunga, si amplia e ramifica, dando così forma a progetti, sogni e intenti comuni.

Il programma della terza giornata di formazione prevedeva un inizio con un ricco allenamento fisico tramite lo yoga, per proseguire la cosiddetta “ruota della manifestazione”, la pausa pranzo e poi un’abbondante riunione con la facilitazione della comunicazione, in modo che le partecipanti potessero continuare il loro esercizio di project design e project management in gruppo.

A questo punto urge una digressione.
L’atmosfera era mutata, nella transizione dalla sfera della comunicazione a quella della cooperazione; ma come era avvenuto?
Innanzitutto le esercitazioni. Maria aveva dato due esercizi da sperimentare in maniera autonoma: un test di autovalutazione per scoprire quale fosse il proprio ruolo naturale all’interno di un team, e una mappa mentale. Aveva chiesto, inoltre, di inviarle i risultati entro una certa data, in modo che potesse analizzarli per tempo, prima del seminario.
La maggior parte del materiale le fu mandato all’ultimo momento, evidente segnale che, se non ci fosse stata la sua scadenza, la motivazione individuale non sarebbe stata sufficiente a stimolare le donne. Ma la sua scadenza c’era e tutto le arrivò – o meglio, QUASI tutto, in quanto Grazia non inviò niente.

Una sana cooperazione richiede forti identità, altrimenti non è possibile

Maria riflettè su come interpretare tale gesto e decise di optare per la visione più ottimista e comprensiva in assoluto; d’altronde sapeva che Grazia stava attraversando un periodo particolarmente difficile, dunque preferiva facilitarle la vita piuttosto che sfidarla, almeno in questa fase.
Così le spedì un messaggio e le comunicò che poteva stare serena per la sua mancanza, che si rendeva conto che il suo comportamento tutto sommato era coerente con il ruolo che aveva scelto per sé, nell’ambito del progetto comune, e che a volte la scelta più intelligente consiste esattamente nel disattendere le aspettative altrui e nel fare di testa propria .

Che Maria provava empatia nei confronti di Grazia era vero: spesso anche lei si era trovata nei suoi panni, non tanto in un contesto di studio ed esercitazioni, quanto in uno di vita affettiva e professionale – Maria era un’artista nel disattendere le aspettative altrui e nel fare di testa propria, sapeva farlo in modo egregio!
Grazia, inoltre, era stata coerente nel senso che, nel momento in cui doveva decidere quali responsabilità assumersi nel team, effettivamente aveva dimostrato maturità nel prendere sulle spalle solo la mole che sapeva di poter gestire, e lucidità nell’optare per un compito che le consentisse di operare in maniera autonoma – evidentemente sapeva, o intuiva, che la via migliore per lei in quel momento era essere svincolata e indipendente, e non in una relazione che prevedesse una continua coordinazione con gli altri.
Maria ammirava questa sua capacità di rimanere coi piedi per terra, e ci teneva a sostenerla nella sua presa di posizione.

Ilaria Cusano

 

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