La bellezza del conflitto

Non tutti i mali vengono per nuocere

limiti dialogo identità

La crisi di questa epoca, secondo me, è questa: il fatto che molti, piuttosto che vivere pienamente, tendono a pensare alla vita. Si sa, a dare senso e spessore all’esistenza sono i sentimenti, i rischi, le passioni, le emozioni, gli imprevisti e i sogni, e si vive veramente nella misura in cui ci si lascia andare a tutto ciò; ma per farlo occorre molto coraggio, e chi non ce l’ha tenta un primo timido approccio attraverso le razionalizzazioni (libri, conversazioni e tutto ciò che riguarda la sfera intellettuale). Ovviamente non si può afferrare con la comprensione ciò che si teme di attraversare con l’amore – la vita è un irriducibile mistero e non ci è dato capirla, ma “solo” viverla. Però anche l’intelletto è pur sempre un primo avvicinamento, non è sufficiente per intraprendere una formazione efficace, ma è un passo e in quanto tale ha un valore.

Questo spesso vedo rispetto al conflitto

Durante il mio periodo new-age, io ho incontrato mille persone che si riempivano la bocca delle parole “pace“, “non-violenza”, “vegetariano”, “vegano”, “gentilezza” e “amore incondizionato”, onde poi scoprire che, nella maggior parte dei casi, mi stavo muovendo nel mellifluo territorio dell’illusione, dell’evasione dalla realtà e, ahimè, del più classico moralismo di stampo religioso.
Siamo onesti: il conflitto è il sommo sposo della pace, quest’ultima non esisterebbe senza il primo , e chiunque sostiene il contrario ha sicuramente una serie di difficoltà a scendere a patti con la realtà sul pianeta Terra.

La pace, infatti, passa proprio attraverso la separazione: io sono questo e sto di qua, tu sei quello e stai di là, e questi sono gli accordi che dobbiamo reciprocamente rispettare finché vogliamo evitare che le naturali divisioni che esistono in virtù della nostra differenza congenita si trasformino in conflittualità e violenze eccessivamente disturbanti – nel mio seminario per le coppie affronto continuamente questa delicata circostanza.
Se io non comunico con esattezza qual è il mio confine, quella linea che gli altri non si devono permettere di superare, io entrerò in collisione con loro, e nel migliore dei casi li manderò a cagare perdonandoli (reintegrando dentro di me il conflitto); nel peggiore, mi incazzerò come una bestia e a quel punto sarò stata ben chiara su ciò che, superficialmente, avevo omesso in un primo momento.

Manifestare un’identità chiara e definire dei confini precisi è un presupposto fondamentale della pace

… ma bisogna pur dire che, anche se io creo correttamente tali precondizioni, nel momento in cui un’altra persona non le rispetta, ecco riaffacciarsi all’orizzonte il conflitto – e giustamente, perché esso è pur sempre migliore della dinamica dominio-sottomissione (anche detta carnefice-vittima). Almeno nel conflitto è in corso una negoziazione; nel meccanismo io ho ragione e tu hai torto non c’è assolutamente nessun dialogo.

Perciò, laddove c’è una reale possibilità di pacifica coesistenza, il conflitto è una delle dinamiche che, paradossalmente, avvicina le persone e le porta a trovare degli accordi comuni, che funzionino per tutte le parti. Ce l’ha insegnato magistralmente il mitico Gandhi che, seppur emblema mondiale della pace, ci ha tenuto molto a lasciarci un’autobiografia in cui racconta dei suoi mille conflitti quotidiani – sui treni, con i controllori che non rispettavano i poveri, con i politici che non tenevano in debita considerazione le esigenze del popolo, e con tutti coloro che, fondamentalmente, stavano al di là del confine di giustizia e armonia che Gandhi stesso aveva tracciato. Quest’uomo è uno dei massimi esempi di come ammantare il conflitto di grazia – il che, bada bene, non vuol dire eliminarlo o superarlo (letteralmente impossibile sul pianeta Terra, a meno che non si diventi una monade fredda, isolata, arida e indifferente al mondo; tutto il resto è ingenuità, ipocrisia oppure un abile tentativo di manipolazione).

La separazione talvolta è l’unica strada benefica

Laddove, invece, una convivenza armoniosa obiettivamente non è possibile (capita nella vita), l’unica soluzione realistica per salvaguardare il benessere di tutti è la separazione – apparentemente il conflitto per eccellenza, quello più irrisolvibile, ma in verità in un’ottica più ampia la migliore soluzione per il mantenimento della pace e dell’armonia, individuali e collettive.
L’abbiamo vissuto tutti, in coppia e/o in famiglia, lo sappiamo bene quanto è vero.
(Viste le immense difficoltà in questo senso, nella nostra società, ho realizzato ben due percorsi diversi su questo tema: Come creare una famiglia felice e far sì che superi ogni difficoltàCome trasformare il disagio della tua famiglia nell’occasione di imparare ad amarvi).

Quindi, diciamocelo pure onestamente: quello che noi siamo soliti chiamare conflitto può essere, mantenendo l’innocenza dei bambini nel cuore e negli occhi, estremamente bello, sano, fecondo, se non addirittura salvifico! Così come ciò che definiamo pace, nella realtà talvolta può tradursi nella somma violenza: l’annientamento (fisico, psicologico e/o culturale) della parte più debole, a favore di un potenziamento di quella più forte.
Occhio, perciò, a chi ti parla di bene e male come se lui/lei stesso/a potesse liberarsi del male; è un borioso moralista con il complesso di superiorità (i più violenti in assoluto, in tutto il mondo – la storia ce lo insegna), e di certo è tra coloro che, del tutto ignari della propria ombra, inconsciamente le dà libero sfogo di continuo, senza neppure avere l’umiltà e l’onestà di ammetterlo.

Esiste un conflitto sano nella vita, che vale la pena di essere attraversato, per andare oltre, al di là della superficiale forma che prende corpo nel regno dell’apparenza.

Ilaria Cusano

 

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La bellezza del conflitto
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La bellezza del conflitto
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La bellezza del conflitto sta nel fatto che esso permette di definire confini e identità, creando i presupposti per la pace.
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Life Coach Spirituale
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